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Adesso sciopero!

  • 12
    2022
    Dic
    4:22 pm
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Si respira, finalmente!
“Si respira, finalmente! Sciopero dei metalmeccanici.

Il pubblico, che vede queste cose da lontano, non capisce. Di che si tratta? Un moto rivoluzionario? Ma è tutto calmo. Un moto di rivendicazioni? Ma perché così profondo, così generale, così forte, così improvviso?

Quando si hanno certe immagini piantate nella mente, nel cuore, nella carne stessa, si capisce. Si capisce subito. Basta lasciare affluire i ricordi”.

Così scriveva Simone Weil nel giugno del 1936: lo sciopero, finalmente si respirava!

Ho sempre vissuto lo sciopero come occasione di respiro, di aria aperta, di sole, di pioggia, di libertà.

Una libertà primigenia, che precede le ragioni dello sciopero, che racchiude una componente quasi adolescenziale nel suo essere pre-politica, pre-sindacale, come fosse un gesto istintivo, apparentemente irrazionale ma che in realtà è la libertà dalla “perpetua necessità di non dispiacere”, dai tempi, dagli orari, dalla noia, dai capi, dallo scarto tra i nostri desideri lavorativi e l’anonima ripetizione quotidiana dei nostri compiti.

“Indipendentemente dalle rivendicazioni, questo sciopero è in sé una gioia. Una gioia pura; una gioia integra”.

Una gioia perché è una occasione di libertà ma anche d’appartenenza.

Riconoscermi in uomini e donne che accanto a me fanno un tratto di strada mentre “il pubblico, che vede queste cose da lontano, non capisce”, e non vuole capire.

Riconoscermi e pensare che “ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni” (P. Eluard).

E poi ricordando dove dovrei essere dispiacermi di non sapere a memoria: “Sulla porta dell’officina / d’improvviso si ferma l’operaio / la bella giornata l’ha tirato per la giacca / e non appena volta lo sguardo / per osservare il sole / tutto rosso tutto tondo / sorridente nel suo cielo di piombo / fa l’occhiolino / familiarmente / Dimmi dunque compagno Sole / davvero non ti sembra / che sia un  po’ da coglione / regalare una giornata come questa / ad un padrone?” (J. Prevert).

E anche se la memoria non m’aiuta, orgoglioso d’esserci anche questa volta, facendo la mia parte.

Maurizio Busi

Vabbè, ve lo dico: odio dover fare sciopero!

Per me, project manager dell’IT che non faccio parte di una catena di lavoro, fare sciopero 1, 2 o anche 8 ore significa accumulare lì mail e attività che ritroverò congelate al mio ritorno. Le riunioni di quel giorno verranno spostate a quello successivo, e il cliente aspetterà un giorno in più per una risposta, senza troppe conseguenze.
Per me, delegata sindacale, indire uno sciopero in un’azienda dell’IT che condivide i flussi produttivi con l’estero, significa convincere i colleghi a rinunciare ad un giorno di stipendio mentre le attività bloccanti vengono fatte fare all’estero, e tutto il resto viene accumulato lì per ritrovarlo congelato al ritorno.

Per me, membro del direttivo della FIOM Milano, partecipare allo sciopero è fondamentale, perché se non fossimo in tanti difficilmente si riuscirebbe a smuovere l’opinione pubblica.

Per me, cittadina di uno stato democratico, manifestare il mio dissenso è un dovere morale: girarsi dall’altra parte o subire passivamente le scelte che non condivido non è mai stata la mia natura.

Daniela Del Re

Stai nel gruppo Sala.

Ho fatto sciopero per vedere, come diceva Enzo, l’effetto che fa.

L’ho fatto per vedere se poi, chi non lo fa, prende davvero gli aumenti.

Ho fatto sciopero per vedere coi miei occhi quelli che in azienda “entrano da dietro”

L’ho fatto per capire cosa si prova al picchetto sentire quello che ti chiede di entrare perché “tengo famiglia”

Ho fatto sciopero per capire se veramente mi trattengono la giornata, come poter pagare “netflissss…”

L’ho fatto per capire se molti di quelli che lo facevano negli anni ‘70, fossero solo pecore, di un colore diverso da adesso.

Ho fatto sciopero col benestare dell’azienda, sotto casa del suo cliente, così gli ripiana il debito.

Ho fatto 20 anni di scioperi, coi pugni in tasca, perché non stava bene.

Li ho fatti passo dopo passo, perché Geronimo diceva che camminare è comunque un andare.

Ho fatto sciopero per noi, perché sappiamo come ci si sente quando manca una parola.

L’ho fatto perché tutte le volte guardo il cielo e le bandiere, come al corteo del XXV Aprile da bambino col mio papà.

Lui che di scioperi ne ha fatti tanti ed è come stringergli la mano.

Fabio Sala

Lo sciopero del giugno ’82.

Gli ormai prossimi scioperi territoriali indetti da CGIL e UIL mi hanno fatto ricordare uno dei primi scioperi a cui ho partecipato, nel giugno del 1982.

Ricordo ancora quando in fabbrica arrivò l’annuncio della disdetta della Scala Mobile da parte della Confindustria guidata da Merloni.

Rabbia, stupore, reazione immediata, il sindacato che indice uno sciopero immediato, ed eccoci uscire dalla fabbrica, dall’ Officina Meccanica Ceruti di Bollate, tutti insieme, prendere il treno andare a Milano, scendere alla stazione di Cadorna e via, dietro lo striscione del Consiglio di Fabbrica insieme a tutte le fabbriche del milanese. Eccoli lì: la Falk, l’Alfa Romeo, la Breda, la Tonolli…

Avevo da due anni iniziato a lavorare, poco più che quindicenne, alla fine del breve periodo di prova venni contattato dal sindacato, insieme agli altri neoassunti, che spiegò il motivo della sua esistenza e l’importanza della partecipazione. Eravamo operai, in una grande azienda manifatturiera di oltre cinquecento persone, da pochi anni scampata a un tentativo di chiusura da parte della vecchia proprietà. I “vecchi”, i delegati mi raccontarono dell’occupazione, di una messa di Natale in Fabbrica, delle assemblee appassionanti con Antonio Pizzinato, allora funzionario territoriale. 

E nacque in me la consapevolezza, l’importanza dell’impegno, e della solidarietà e forse la troverò ancora in qualche cassetto quella prima tessera della FLM. Eravamo classe operaia e ricordo con emozione quei lunghi cortei per Milano, con le grandi Fabbriche, la mia tra tante tute blu. 

Sono stato operaio fino al 1989, prima di divenire impiegato in una grande azienda nella quale ho avuto un percorso sindacale diretto dal 1994 ad oggi; notato subito come fosse diverso il clima negli uffici rispetto alla fabbrica, molta meno attenzione, una partecipazione meno intensa anche quando le situazioni erano gravi, forse convinti di essere intoccabili o che “ci avrebbero pensato gli operai, come sempre”. 

Ma non è così: siamo chiamati, come sindacato, delegati, ma soprattutto come lavoratori, ad ascoltare le ragioni della CGIL e a sostenere convintamente le proteste per dar forza al tavolo sindacale di confronto con il governo, dobbiamo agire convintamente e concretamente per dare un segnale forte di dissenso, l’alternativa è accettare supinamente una situazione non sostenibile per il lavoro e le famiglie, servono consegno e impegno collettivo.

Maurizio Borghi

Un rapporto difficile.

Purtroppo il mio rapporto con gli scioperi è sempre stato difficile. L’ho sempre trovato il sistema ultimo per combattere ingiustizie, abusi, scorrettezze sia da parte di un datore di lavoro, una scuola o un governo, ma al contempo lo trovo un sistema efficiente, giusto e democratico.

Non amo le violenze e gli estremismi e critico gli scioperi fatti a prescindere (ritengo quelli dei trasporti scontati, innumerevoli e dannosi per la comunità) senza che prima vengano valutate e intraprese altre strade, sono più per la diplomazia e solo quando non ci sono altre vie sono a favore. Non amo chi sciopera senza essere informato.

Ho la sensazione che sia diventato un iter burocratico: il governo fa leggi sbagliate apposta e il popolo sciopera attraverso manifestazioni sindacali, ma questi ottengono sempre meno, perché hanno perso potere e vengono marchiati come comunisti approfittatori e in modo spregevole. Personalmente mi sono sempre trovato nel posto sbagliato con la gente sbagliata. Sia al lavoro che a scuola quando si decideva di fare sciopero in gran numero, molti si tiravano indietro all’ultimo momento per paure o ritorsioni che non ho mai capito, inducendo la maggioranza a non partecipare.

Lorenzo Pasini

Sciopero come forza propulsiva.

Ogni volta che apriamo bocca una nuvola di fumo esce per poi disperdersi nell’aria fredda di questo primo mattino invernale. I nasi arrossati, le mani protette dai guanti o infilate nei giacconi per evitare il congelamento. Siamo in sei, quattro delegati e due colleghi sempre presenti quando ci si deve ritrovare davanti la portineria dei cancelli aziendali per il picchetto.

Sono le 7 e 25. Ci attendono altre due ore di presidio, lo sciopero parte alle otto meno un quarto e terminerà alle 9 e 45.

Col passare dei minuti si aggiunge un altro delegato e alcuni lavoratori, fra questi due operaie, le ultime sopravvissute a una riorganizzazione, un cambio di pelle aziendale che può fare a meno della forza lavoro manuale visto il progressivo focalizzarsi sul software e i servizi di telecomunicazioni.

Poco prima delle 8 arriva il pullman che fa da spola fra la stazione metro di Bisceglie e la nostra sede di Settimo Milanese. Ne scendono poche persone, la maggior parte lavoratori della STMicroelectronics. Una sola faccia conosciuta, l’unico italtelliano che si unisce al picchetto. Una gazzella dei Carabinieri si apposta dall’altro lato della strada, il comandante della stazione di Settimo ci osserva con un suo sottoposto, parlano fra loro, sono figure famigliari, ci si scambia un breve saluto.

Una ragazza parcheggia la macchina e si dirige decisa e incazzosa verso la portineria, un delegato munito di pancia respingente prova a bloccarla, lei inizia ad alzare il volume della voce, manca poco che urli, chiede che non le vengano messe le mani addosso (nessuno lo sta facendo e mai lo farebbe), dribbla il delegato e s’infila nel piazzale antistante la guardiola d’ingresso. Qualche commento ironico l’accompagna nel percorso.

Il freddo non molla. Verso le 8 e 30 (nel frattempo si è formata una “folla” di circa 80 lavoratori) mi unisco a un gruppetto di amici, lasciamo il presidio per rifugiarci nel baretto del Centro Sportivo, situato all’interno del comprensorio che ci ospita, come ristoro un cappuccino e brioche per alcuni, un caffè corretto grappa, liquido riscaldante per altri. Quando torniamo davanti ai cancelli ci rincuora vedere almeno 150 persone che parlano fra loro divisi in piccoli capannelli improvvisati, le bocche alitanti fumo, il muoversi sul posto per mantenere attivi i muscoli, qualche risata, nell’attesa che l’orologio posto sopra la portineria segni le 9 e 45.

Quando scocca l’ora prevista, la massa di persone entra lenta e surgelata all’interno dell’azienda, il bip dei badge risuona ininterrotto, lo sciopero ha avuto un buon seguito, rito laico che sancisce un’unità di vedute e d’intenti fra tutti noi. Per un attimo mi chiedo se con gli anni questo rito si sia trasformato in una celebrazione frutto della consuetudine, che sia venuta meno la sua “forza propulsiva”. Pensiero fuggevole, mentre timbro pure io il dubbio lascia il posto ad altri arrovellamenti: nella testa quel baco software che devo ancora risolvere… 

Moreno Mauri

Sciopero è democrazia in azione.

Fare il delegato e promuovere uno sciopero oggi è compito ingrato, forse perché i lavoratori da quarant’anni a questa parte hanno visto svuotare la profondità del senso di uno strumento di lotta come questo. Cos’è che ha originato quel vuoto? Forse l’illusione di essere gli unici artefici del nostro benessere, dominatori del proprio futuro, con quel poco di intraprendenza e di arrivismo indifferente alle sorti altrui, se non a discapito di esse, forti di diritti che non abbiamo conquistato. Il sogno è finito! Anche la middle class si avvicina pericolosamente alla soglia della povertà; basta poco per finire nel baratro e ciò che ieri sembrava scontato, oggi è precario. Parafrasando il titolo di un esplicativo recente film di e con Pif, insieme a un convincente Fabio De Luigi, “e noi come stronzi rimanemmo a guardare”. Sono sempre di più gli ultraquarantenni che la crisi ha spogliato della dignità del lavoro, troppo giovani per poter ritirarsi e troppo vecchi per sperare che qualcuno investa sulla loro forza lavoro, a meno di finire nella schiera dei tanti che, pur lavorando, rimangono poveri e sfruttati. Molti di loro oggi comprendono la fatica di quelli che non avevano altro che lo sciopero per rivendicare dei diritti, che non trovavano altro conforto che unirsi ad altri per provare a far sentire la propria voce. Allora oggi forse, invece di rimanere a guardare come lungamente fatto, la parola sciopero può riprendersi il ruolo che merita. Anche perché è un’invenzione straordinaria: Come si misura la civiltà di un popolo? Con la tecnologia a basso costo? Siamo così evoluti che anche il povero mendicante africano disoccupato fuori delle nostre chiese o dei centri commerciali possiede uno smartphone, più potente del computer che equipaggiava le missioni Apollo sulla Luna.  Peccato che all’estremo della contraddizione, per mangiare faccia affidamento alla generosità di qualche anziana signora che non sa nulla di tecnologia, ma ha, per quanto piccola, una pensione. Quale sciopero ha dato ai lavoratori il diritto al telefonino? È una reale conquista e misura di emancipazione? Qual è il vero bisogno che alberga le nostre vite? Come lo conquistiamo senza spargimenti di sangue?

La civiltà è quella realtà che genera il bene alla società attraverso la solidarietà: le strade, i ponti, le fognature, gli acquedotti, i mezzi pubblici, l’istruzione obbligatoria, la sanità, il diritto al lavoro e i diritti del lavoro, sono tutte cose che lo Stato attua col contributo di tutti e per tutti, sono la misura della civiltà. Dove risiede oggi la civiltà nel nostro paese? Lo sciopero è lo strumento civile più incredibile che sia stato concepito per dare forza e difendere tutti quei contenuti perché presuppone una convinzione tale alla mobilitazione da portarci ad essere disposti a incrementare con un nuovo sacrificio la sofferenza che si prova e che lo scatena. Non solo, lo sciopero rafforza i legami sociali perché va fatto insieme per trovare efficacia e perché la sua natura pacifica genera fratellanza e solidarietà. Aggiungo che aiuta ad esorcizzare il clima negativo che scaturisce le rivendicazioni: non ho mai assistito ad un corteo di sciopero che somigliasse a un funerale, anzi mi è sempre sembrato un carnevale di cori, slogan, colori, sorrisi. Non è superficialità e sconsideratezza: è voglia di vivere e cercare di migliorare con gli altri la propria vita. È la speranza alimentata nei cuori di chi come in Iran trova nella società civile, trasversalmente ai generi, la solidarietà per una condizione di oppressione legata al solo essere nata donna.

Vedo tanta ipocrisia tra i lavoratori quando messi alle strette davanti alla proposta di sciopero, avanzano scuse che cercano di infarcire con un senso di profondo ragionamento sulla sua inefficacia, celando invece basse considerazioni sui mancati guadagni che ne derivano, che è meglio si carichino altri, e sulla caduta di reputazione nei confronti dell’azienda, come se le si procurasse offesa. Salvo poi esplodere in pretese di mobilitazione quando l’orticello in pericolo è il proprio.

Lo sciopero, sancito come diritto nella nostra Costituzione, egualmente al voto è Democrazia fatta azione, pacifica ma convinta, decisa e “vera”, perché prima ci rimetto del mio, molto più del danno che anche procuro. Dentro ci sono le opinioni vere dei lavoratori, urlate nelle orecchie di chi governa. Ovvio che più si è, più diventano incontrovertibili e degne di essere ascoltate. Altrimenti è un po’ quello che succede col partito dell’astensionismo al voto, il più grande d’Italia: non esprimendo alcuna posizione, legittima chiunque ad attribuirsi la conoscenza di “quello che vuole la maggioranza degli italiani”, tanto poi chi può smentire?

Condivise le posizioni, sfido chiunque a ritenerle irragionevoli, io allo sciopero aderisco!

Graziano Fiore

Lo sciopero come partecipazione.

Il 16 dicembre 2022 è sciopero. La mobilitazione, indetta da CGIL e UIL, sarà declinata territorialmente dalle sigle di categoria. Gli obiettivi da perseguire sono noti. Le due Confederazioni, a cui non si accompagna la CISL, intendono far valere la propria forza nel Paese per avere più voce nei confronti del Governo.  Lamentano di non essere state debitamente coinvolte per la definizione della prossima legge finanziaria. Lamentano poi una serie di criticità di merito: dalle scelte sulla tassazione delle rendite finanziarie e degli stipendi da lavoro dipendente, all’opacità sul contrasto all’evasione fiscale.

Il fine di questo articolo, però, non è di scandagliare le storture delle norme ora in discussione in Parlamento. Non è neppure lo svolgimento di una riflessione sulle “buone pratiche” che un Esecutivo dovrebbe adottare in fase di stesura delle leggi finanziarie. Piuttosto, ci si propone di ragionare sullo sciopero come partecipazione: di ragionare sulla sua funzione democratica.

È noto ai più, che il secondo periodo dell’articolo 1 della Costituzione italiana recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” E di certo, muovono da questo periodo gli ampi passaggi della Carta fondamentale dedicati al Parlamento, alla Magistratura, e più in generale alle istituzioni pubbliche. Il cittadino-elettore è rappresentato in Parlamento; inoltre, quando lamenta che un proprio diritto o interesse legittimo è stato leso, deve poter accedere alla tutela giudiziaria.

In che modo, allora, lo sciopero s’inserisce in questo discorso?

Il fatto è che lo sciopero, “diritto” in Costituzione, è insieme uno strumento di partecipazione diretta e uno strumento di auto-tutela. Si differenzia così dalla rappresentanza parlamentare (che è partecipazione mediata) e dalla tutela giudiziaria (impartita da un’autorità giudicante). È diverso perciò nella “forma” ma non negli “scopi”: politici, per il fatto di riguardare la comunità dei cittadini, nonché di difesa e promozione di interessi riconosciuti dall’ordinamento.

Ecco, dunque, una proposta ai lettori che si avvicinano al 16 dicembre 2022. Che l’articolo 1 della Costituzione, che afferma che la sovranità appartiene al popolo, sia letto insieme al riconoscimento costituzionale del diritto di sciopero; che si legga, insomma, lo sciopero come modalità di partecipazione qualificante per il gioco democratico. Siamo nella Repubblica fondata sul lavoro!

Questa proposta, specialmente, la si vuole portare all’attenzione di chi, convinto dagli argomenti di CGIL e UIL, sta riflettendo sulla propria adesione alla mobilitazione: sappia, l’indeciso, che il suo sciopero varrà come espressione di cittadinanza!

Del resto, come nessun lavoratore dipendente smette di essere cittadino all’interno dei luoghi di lavoro e produzione, allo stesso modo nessun cittadino cessa di essere lavoratore quando si trovi a ragionare sui propri bisogni e la propria idea di giustizia e di Paese. Ecco una strada per cui lavoratrici e lavoratori possono dire la propria sulla questione politica e sociale italiana: scioperando per ciò in cui credono!

Andrea Rosafalco

*La vignetta è di Giovanni Beduschi.