Forza Lavoro Body Wrapper

Un operaio metalmeccanico nel Planalto Central

  • 07
    2022
    Nov
    12:08 pm
  • 6
  • 371
  • 404
    4

È la terza volta di Lula. Sicuramente la sfida più difficile. E non per i suoi 77 anni. Ma perché il Brasile oggi è ben peggiore di quello ‘ereditato’ nel 2003 da Fernando Henrique Cardoso.

L’insicurezza alimentare, per la prima volta, coinvolge più della metà della popolazione. In pratica sei famiglie su dieci non hanno neppure la garanzia dei tre pasti al giorno. E, tra queste, 33 milioni di persone soffrono di nuovo la fame. Come 30 anni fa.
Come afferma il teologo Leonardo Boff, «Bolsonaro ha gettato il Brasile nell’abisso. E solo Lula potrà trovare la via d’uscita». Bolsonaro ha mantenuto fede alla sua agenda neoliberista e ha difeso gli interessi solo dei suoi sostenitori: il settore agro-industriale e dell’allevamento (la lobby più potente nel congresso brasiliano) e quello della sicurezza pubblica e privata (compresi i militari e i produttori d’armi); i sindacati dei camionisti e dei tassisti; le comunità religiose evangeliche pentecostali; i land grabbers interessati allo sfruttamento economico delle terre indigene e della regione amazzonica. Una regione decisiva, per la sua biodiversità e per regolare i climi di gran parte della Terra. Trattata dal bolsonarismo come una merce tra le tante, da cui estrarre valore. 

In questo senso il ritorno di Lula al planalto central non può che essere una buona notizia per l’ambiente, le minoranze, i poveri, i lavoratori. Molto oltre le frontiere del Brasile. È una sconfitta per il fascismo e l’ultra-destra, che sta crescendo nel mondo. È una vittoria di un operaio e sindacalista che incarna la dignità del lavoro. Tutto ciò aiuta anche noi (come era solito dire Eduardo Galeano) a «diffondere le vitamine di cui tutti noi abbiamo bisogno contro la peste della disperazione». Una speranza per chi crede nella democrazia come, un campo di azione, per ampliare le libertà e ridurre le disuguaglianze sociali.

In Brasile il 10 per cento più ricco della popolazione continua a beneficiare e appropriarsi del 75% del reddito. Da questo punto di vista, avere un sindacalista al Governo è un buon inizio. Lula in campagna elettorale ha più volte ripetuto: «Dobbiamo includere il povero nelle politiche di bilancio e il ricco nell’imposta di reddito». E tra le proposte inserite nel programma di coalizione c’è quella di esentare dalle tasse i redditi fino a 5 mila reais (circa 960 euro) al mese.

Lula non è mai stato un uomo di rottura. Ma non ha mai smesso di pensare ai metalmeccanici da cui proviene e al debito sociale verso la stragrande maggioranza della popolazione. Per questo ha un’idea fissa. In Brasile e altrove, la sinistra politica e i sindacati difficilmente parlano in nome della popolazione esclusa, dei milioni che vivono ai margini della società. È il motivo per cui lui riparte sempre dagli ultimi. Come quando intraprese la prima ‘caravana da cidadania’ nel 1993. Un lungo cammino per tutti i meandri del Brasile, fino agli angoli più sperduti e dimenticati. Riscattando il valore della solidarietà e la speranza, gettando i semi per la partecipazione e l’organizzazione popolare. La ‘lotta alla fame e alla povertà’ come priorità dell’azione politica. La stessa che lo porta dieci anni dopo nel planalto central. La prima volta.

Per capire, però, la traiettoria politica di Lula e la sua formazione come leader, bisogna fare un passo indietro. Alla fine degli anni ’70, in piena dittatura militare. L’anno dell’irruzione dei movimenti di sciopero nella cintura industriale di São Paulo (e non solo). Dal maggio 1978 alla agli anni ’80 gli scioperi coinvolgono centinaia di migliaia di operai. E si concludono positivamente per i lavoratori. Nonostante siano considerati illegali e oggetto di repressione. Lula nel 1980, per aver guidato gli scioperi, finisce in carcere per 40 giorni, con altri 17 sindacalisti.

È in questo contesto difficilissimo che Lula dimostra di essere un leader capace di comprendere le diversità esistenti tra gli operai, saldandole sempre in una prospettiva di lotta unitaria. L’abilità d’incontrare punti in comune tra posizioni divergenti, senza rinunciare alle proprie posizioni, non l’abbandonerà mai in tutta il suo percorso politico.

Gli scioperi e le lotte sindacali di quegli anni hanno il merito di aprire uno squarcio nel regime militare, costringendo il generale Figueiredo a iniziare il processo “lento e progressivo” verso il ritorno alla democrazia (1985).

In quegli stessi anni nasce il rapporto della Flm con Lula, operaio e presidente (dal 1975) del sindacato dei metalmeccanici di São Bernardo do Campo e Diadema. È Alberto Tridente, responsabile dell’ufficio internazionale della Flm (Fim Cisl) che, nell’inseguire gli investimenti diretti esteri della Fiat in Brasile, stabilisce i primi contatti e organizza le prime azioni di solidarietà. Questo rapporto con Lula non è mai venuto meno, nella buona e cattiva sorte.

In tutti questi anni Lula è sempre rimasto se stesso. Con una coerenza disarmante. Come quando ha rifiutato nel 2018 il consiglio di molti di sfuggire all’arresto andando all’estero. Lula, al contrario, ha scelto di andare in carcere. Solo cosi avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza e la verità avrebbe prevalso. E anche quando ha ricoperto la massima carica dello Stato non si è mai fatto sedurre (come succede alla quasi totalità dei politici) «dall’occhio daltonico del ciclope del Potere» (una metafora usata dal sub-comandante Marcos).

Il suo modo di parlare, di fare, la sua propria storia di vita è quella della gente comune. Per questo da presidente non ha solo tirato fuori decine di milioni di brasiliani dalla fame e dalla povertà estrema, aumentato il salario minimo reale e il numero di lavoratori con un contratto regolare. Ha dato dignità e autostima agli ultimi, agli esclusi, agli umiliati, ai milioni di afro-brasiliani e di indios condannati – altrimenti – alla marginalità. In un paese profondamente disuguale, stratificato socialmente e culturalmente ‘schiavista’.

Pertanto l’ultima vittoria di Lula è la vittoria della ‘democrazia’. Non tanto come governo della maggioranza che, in quanto tale, può portare – come dimostra il caso di Bolsonaro – alla tirannia, alla guerra contro i popoli originari, allo smantellamento della legislazione del lavoro, alla negazione dei diritti fondamentali di ciascun individuo e della Libertà! Ma democrazia, nella sua accezione liberale più autentica ed estrema.