Forza Lavoro Body Wrapper

Vita in smart

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    2022
    Giu
    10:44 am
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10 Marzo 2020, la sveglia suona un po’ più tardi, ma come tutte le mattine mi alzo e mi preparo per la giornata lavorativa. Stamattina ho un pensiero in meno e non devo ricordare dove ho parcheggiato l’auto: si lavora da casa.

Non è la prima volta che mi capita, siamo un’azienda informatica e il lavoro da remoto è già materia contrattata.

Oggi però non ho scelta, devo lavorare da casa e un po’ di ansia, anche se dovuta principalmente alla situazione pandemica, fa capolino.

Decido di lavorare sul tavolo della cucina, una stanza della casa più silenziosa. Un paio d’ore dopo mi preparo un caffè che bevo in solitudine. Penso al distributore dell’ufficio e al gruppetto di colleghe e colleghi che a quest’ora si raduna nella sala break.

Queste prime ore di smartworking sono strane perché impongono un cambiamento di lunga prospettiva, quanto sia ancora lungo non sono in grado di immaginarlo.

Oggi, 10 Marzo 2022, sono due anni ininterrotti che la mia attività lavorativa si svolge dalla mia abitazione. Lavoro sempre sul tavolo della cucina, ma con una postazione più adeguata: alzatina per il PC, tastiera e mouse wireless e ultima arrivata, la sedia ergonomica.

Mai avrei pensato di corredare la mia cucina con questi oggetti. Mai avrei immaginato di stare anni senza incontrare colleghe e colleghi; mai avrei immaginato di lavorare in solitudine tra le mura domestiche.

Lavoro nel settore dell’ICT, in una multinazionale informatica americana, 34 anni alle sue dipendenze e, seppur con numerosi cambi di facciata e di brand aziendale, la mia attività amministrativa si è adeguata ai cambi di nome e di vertici aziendali, resistendo con tenacia ai numerosi ed estenuanti tentativi di delocalizzare queste mansioni in paesi con basso costo del lavoro.

Il ricordo del mio ingresso nel mondo del lavoro e nel mondo delle multinazionali è ancora vivido. Siamo negli anni ’80 con un’economia in forte crescita e l’azienda che mi accoglie in un mondo ovattato e scintillante, mi coccola, mi offre tutte le mattine la colazione, regala giorni di ferie aggiuntivi al CCNL e tramite il “cash profit sharing” suddivide una piccola parte degli utili due volte l’anno con tutte le figure professionali presenti in azienda, dalla receptionist (donna ovviamente) al direttore di settore. Non si timbra il cartellino perché si lavora per obiettivi. Tutti ci diamo del tu, abbandonando la forma di cortesia appena firmata la lettera di assunzione, formalizzando anche in questo modo l’ingresso in una grande famiglia.

Man mano che gli anni passano l’azienda si fa meno scintillante così come i vari benefits: spariscono le brioches, poi anche il caffè, niente più profitti condivisi (anche se l’azienda continua a farli) e si riprendono i giorni di ferie. Rimane tutto quello che il sindacato ha contrattato con l’accordo di secondo livello.

Iniziano le acquisizioni di altre aziende, sia di piccole che di medie dimensioni, che portano ad accordi di esodi incentivati, poi si passa alle cessioni di ramo di azienda con gli accordi di armonizzazione per tutelate chi non è più voluto nella grande famiglia ma viene venduto ad altre imprese.

Nel settembre 2019 si passa anche al licenziamento collettivo di 32 persone, la prima vera sconfitta sindacale.

Pochi mesi dopo arriva anche la pandemia e ci ritroviamo tutte e tutti a lavorare da casa.

L’azienda, in tutti questi anni, caparbiamente ha continuato a voler farci sentire parte di una grande famiglia. Una famiglia un po’ meno inclusiva, dove non c’è più posto per tutti, ma solo per chi è funzionale al “core business”, di tutti gli altri se ne può fare a meno e si accompagnano alla porta con una borsa di denaro.

Nonostante tutto quello che è accaduto o che accade, resiste una certa capacità di seduzione, attrazione e persuasione di trovarsi ancora in un ambiente protetto e non conflittuale.

Non so come la scintillante multinazionale riuscirà a mantenere questo stato di ipnosi trai suoi dipendenti non frequentandoli più ma mantenendo un contatto a distanza.

Non so se questa nuova solitaria condizione lavorativa smantellerà questa sue capacità.

So che per me, per noi del coordinamento sindacale, diventa ancora più diffcile. Fare sindacato nelle multinazionali non è mai stato semplice, ma farlo a distanza e tramite monitor è ancora piu’ complicato. Mai si sarei immaginata di essere una sindacalista della Fiom che fa assemblee, incontri e riunioni sindacali sul mio tavolo della cucina.

La scheda

DXC Technology come brand è molto giovane infatti è ancora poco conosciuta, nasce nel 2017 da una fusione tra CSC e Hewlett Packard Enterpreise Services.
E’ una multinazionale informatica americana con sedi in 70 Paesi del mondo per un totale di 130.000 addetti.
In Italia siamo circa 1300 persone in tre sedi: Cernusco sul Naviglio (MI) circa 300 dipendenti, Pomezia (Roma) 900 dipendenti e Bitritto 100 (BA).
E’ un’azienda che si occupa di servizi IT e consulenza software.
Prima della nascita di DXC siamo passati attraverso varie ristrutturazioni aziendali, fatte di acquisizioni e di cessioni di rami di azienda, con ricorso alla cassa integrazione ordinaria, contratto di solidarietà, un licenziamento collettivo di 32 persone ed esodi incentivati.Quest’anno l’azienda inizia a dare segni di ripresa grazie ai numerosi contratti conclusi nel periodo pandemico con la pubblica amministrazione.
L’azienda sta procedendo al ricambio generazionale assumendo giovani laureati, in netta maggioranza uomini.
La presenza femminile sta scendendo sotto il 30%.