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La riscossa delle rane: un invito al sindacato

  • 21
    2023
    Apr
    11:35 am
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Intorno alla fine del 1800, alcuni scienziati hanno condotto un esperimento con delle rane.
Gettatane una in una pentola con acqua molto calda, questa è immediatamente saltata fuori. Una seconda gettata nell’acqua a temperatura ambiente, con il lento crescere della temperatura fino a risultare incapace di reazione, è finita bollita. Rane bollite!

Così è stata definita la cittadinanza italiana e in particolare i lavoratori durante un dibattito a cui ho assistito: anni di concertazione ci hanno sedati; decenni nei quali ci hanno chiesto di stare calmi e di accettare piccoli compromessi per contrastare i rischi dell’instabilità finanziaria dell’Italia, dell’invasione cinese con la globalizzazione.
Cotti a fuoco lento, con l’unico baluardo della contrattazione collettiva che ha portato a condizioni di lavoro comunque ancora dignitose. Già, perché nel medesimo dibattito ho sentito citare ingenerosamente il Sindacato come responsabile di aver smesso di fare il suo dovere, quasi che le leggi sul lavoro le avesse fatte lui, con tutta la ridda di contratti atipici e precari che ostacolano l’accesso alle forme contrattuali decorose e con livelli di salario minimi tabellati su cui unicamente invece ha posto la firma.
Allora il Sindacato cosa può rimproverarsi?
Forse di scarso coraggio, opinione diffusa perché la violenza sottile ma pesante che i Padroni hanno inflitto ai cittadini lavoratori non ha avuto una risposta adeguatamente violenta con mobilitazioni più incisive. Naturalmente parliamo di violenza entro i confini del diritto: i Padroni non hanno materialmente frustato o bastonato i lavoratori, ma lo hanno fatto con le loro vite, approfittando delle scappatoie legali, con il loro ideale liberale che li ha portati a ritenersi autorizzati a fare ciò che non è vietato dalla legge, anche se immorale e doloroso per chi lo subisce.
Quelle scappatoie gliele hanno date i Governi di tutti i colori che si sono susseguiti da 50 anni ad oggi con leggi che, col pretesto di diminuire la disoccupazione, hanno fallito il loro intento per di più togliendo diritti. Strano allora l’alto tasso di astensionismo progressivo alle tornate elettorali?
Diremmo di no, se un Capo di Governo non raccoglie il grido di richiesta di un provvedimento che ristabilirebbe un po’ di giustizia sociale come il salario minimo, ma parafrasando la Premier, pare che “il salario minimo non sia la via più efficace”...per gli italiani aggiungo io, perché lo è per tanti nostri concittadini europei, ma anche in USA, culla del capitalismo. Qui non parliamo di ideologia di sinistra o di destra, parliamo di giustizia, quella vera che appartiene a tutti.
Sarebbe interessante sentire l’opinione di tutti coloro che hanno messo la croce sul suo nome in cabina elettorale. Certo, sarebbe la garanzia minima, in emergenza, che permetta di non essere poveri nonostante si abbia un lavoro, in attesa della vera soluzione del contratto collettivo per tutti, la cui attuazione richiederebbe troppi anni, che chi ha fame oggi non può attendere.
C’è da chiedersi quale sia il punto di caduta, ossia il momento in cui la rabbia sarà così incontenibile che rischiare il tutto per tutto diventerà l’opzione più favorevole per troppa gente; quando avrà perso la paura di agire e lo farà nel peggiore dei modi; quando anche il sindacato non potrà più veicolare quella frustrazione senza perderne il controllo.
Ciò che accade in Francia in questi giorni non fa altro che mostrare alla nostra gente un metodo: il ’68 è cominciato così e si è propagato in maniera dirompente ovunque. Questa esasperazione è universale e coinvolge chi il lavoro non c’è l’ha e lo vorrebbe o chi è precario, con ragioni evidenti. Ma coinvolge anche chi il lavoro ce l’ha e sente che le condizioni in cui lo esercita sono diventate spesso insopportabili, con ritmi disumani, perché la disoccupazione rivela anche che la tendenza delle aziende è di mantenersi sotto organico per risparmiare, o meglio, per incrementare i rendimenti a spese dei lavoratori in sovraccarico.
Non stupisce neanche che i giovani stentino a credere che l’impegno e la fatica nel formarsi paghi, perché non è così nei fatti. Fanno anche fatica a credere che il sindacato possa fare qualcosa per loro, forse perché a loro non è stato capace di mostrarsi come efficace contrapposizione, sfoderando anche le unghie perché sa che nessuno ti regala niente e occorre fare davvero paura dopo aver tentato il dialogo per conquistare diritti.
Oggi, come afferma nel suo libro “Ma chi me lo fa fare” la saggista Maura Gancitano, le politiche hanno tolto al lavoro la prerogativa di strumento di libertà e dignità per la maggioranza delle persone, diventando invece veicolo di oppressione perché è difficile accedervi e perché sempre con meno garanzie di diritti e sussistenza.
Mi ricordo agli inizi degli anni ’90, quando sono entrato neodiplomato in un’azienda che come giovane in formazione mi tutelava, invece di cercare di sfruttare la mia competenza scolastica insieme alla mia incompetenza sulle questioni della vita, come la rivendicazione dei diritti. Oggi i manager sono senza scrupolo né etica, al servizio dell’unico obiettivo di massimo profitto per il Padrone, senza vergogna di mostrarsi immorali. Spesso lo scontro anche duro è il prezzo della democrazia, soprattutto quando la rappresentanza politica non è al servizio del popolo, ma di una minoranza che cerca interessi particolari sotto la bandiera del liberalismo spregiudicato.
Dal Congresso della CGIL ne siamo usciti con l’annuncio dell’avvio di un periodo di mobilitazioni e ho paura che sia necessario un gran coraggio dei nostri leader per proporre azioni di strappo deciso rispetto al passato: i lavoratori sapranno stringere i denti come fatto negli anni delle lotte più dure, ma con la giusta efficacia solo se non saranno lasciati all’autonomia di protesta che può esplodere anche con eccessiva violenza, trascinati da gruppi strumentalmente facinorosi, con intenti differenti e che possano approfittare della sacrosanta rivolta delle rane bollite.