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Elezioni e lavoro: un voto senza politica

  • 26
    2022
    Ott
    12:40 pm
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D’accordo, i giochi sono fatti: gli esiti delle ultime elezioni politiche sono noti, ma forse è interessante leggere quei risultati alla luce delle attese per chi ha potuto osservarne le dinamiche in uno dei luoghi più significativi per la politica, come l’ambiente di lavoro.

Nella mia azienda l’impropriamente detto “smart working” (meglio sarebbe, telelavoro) non ha preso piede in maniera significativa, almeno in ufficio tecnico, per ragioni che in futuro potranno essere oggetto di altra riflessione.
Di fatto, i componenti del mio dipartimento svolgono l’attività abitualmente in presenza. Ciò ha permesso un certo confronto, complice la pausa caffè e l’intervallo mensa, in dibattiti pre-elettorali: “Oh ragazzi, io non so che fare, chi votate voi?”. Solo questa domanda spiega abbastanza bene il profondo smarrimento di una platea di elettori alla vigilia dell’appuntamento fondamentale per la definizione del futuro assetto del nostro Paese. Un aspetto in particolare mi è parso di cogliere ascoltando tutti, ossia l’inconsistenza diffusa di ragioni ideologiche, una volta molto presenti, che normalmente condizionerebbero la preferenza di voto. L’astensionismo è il segnale più evidente di questo fenomeno e queste elezioni sembrano aver premiato chi maggiormente ha mostrato un legame più coerente alla propria ideologia, lasciando anche una preoccupante fumosa posizione nei confronti di frange più estremiste e pericolose. Personalmente sono stufo di alleanze elettorali senza veri vincoli programmatici: se a governare deve essere una coalizione che non ha il consenso della maggioranza degli italiani; che litiga sulle poltrone e che esercita nella più totale instabilità, innescata dai pruriti di minoranze vere che fanno vacillare la fiducia nei confronti del Governo, tanto vale ragionare su un sistema che abolisca le alleanze. Il disincanto sulla classe politica nasce dal fatto che nessuno si assume la responsabilità dei continui fallimenti ad ogni caduta di Governo: è sempre colpa di qualcun altro.
Durante i dibattiti, lo sconforto era il sentimento maggiormente presente perché, piaccia o no, la caduta del Governo Draghi non la voleva quasi nessuno degli italiani in questo momento. Alzi la mano chi, tra coloro che sono impegnati nell’azione sindacale come me, ha trovato un convinto orientamento al voto che potesse lontanamente avere una speranza di prevalere su un esito (quasi) annunciato ed espressione dei peggiori mal di pancia o di rivalsa di un consistente numero di nostalgici di uno dei più bui periodi della nostra storia. Se lo schieramento vittorioso sa accontentarsi, buon per lui, ma la verità è che la disaffezione verso chi esercita la politica è generale.
Eppure io credo che il problema sia culturale perché ogni cittadino è soggetto politico, per il solo fatto di appartenere a una categoria sociale portatrice di esigenze di carattere politico. Invece, a partire dagli anni ’80, alla categoria dei lavoratori hanno fatto credere di poter prescindere dal proprio stato e avere visioni e possibilità che sconfinano in prerogative espressione di altri interessi. Così, in sostanza, da lavoratori abbiamo negli anni perso tutte le elezioni, anche quelle vinte dai partiti “amici” (sulla carta). Mi ci metto anch’io, figlio di operai, cresciuto in casa popolare, ghetto proletario, ho fatto un salto avvicinandomi al bel mondo dei proprietari di casa, dei vacanzieri negli alberghi, niente di male intendiamoci, ma solo per citare un paio di aspetti sconosciuti ai miei genitori. Loro con immensi sacrifici mi hanno concesso un’istruzione superiore e la possibilità di un lavoro meglio retribuito, considerato e tutelato. Fortunatamente ho contenuto certi rischi, rispettando un importante principio familiare: il superfluo non deve essere a tutti i costi e i debiti si possono fare solo per beni primari. Comunque, oggi da questo osservatorio privilegiato scopro che c’era tanta illusione in quel periodo, perché vedo che il mio immutato stato di lavoratore dipendente, per gli attuali giovani, è all’insegna della precarietà, di erosione dei diritti di cui io ho goduto a mio tempo, di scarse opportunità di crescita e con la prospettiva pensionistica come un miraggio irraggiungibile. Allora forse sarebbe il caso, soprattutto per quelli della mia generazione, dai 40enni ai 50enni, di concentrarsi oggettivamente sul proprio stato di appartenenza; smettere di cedere alla rassegnazione e, quanto meno, cercare un ambito di impegno socio-politico che si faccia portavoce delle proprie rivendicazioni.
Il Sindacato, se correttamente riconosciuto da un’oggettiva rappresentatività certificata, sarebbe il primo passo per il rilancio di una Politica seria di ciascun lavoratore, per un impegno volto a orientare le azioni di chi è chiamato a governare, qualsiasi sia il suo colore.
Il Sindacato con le sue lotte è la cartina di tornasole per valutare le politiche sociali e per il Lavoro. Quanto più lo sosteniamo, dandogli rappresentatività e credibilità attraverso i tesseramenti, tanto più facciamo quella buona Politica che riempie di senso il fondamentale diritto di voto, costato sudore e sangue a chi l’ha conquistato per noi. Attenzione però, non si deve andare a traino anche nel Sindacato: il compito non si esaurisce, perché è la partecipazione che fornisce la linea guida delle iniziative affinché siano reale espressione dei bisogni di tutti. Se qualcuno pensasse di trovare la “pappa pronta” che la mia generazione ha avuto e non ha saputo difendere, è meglio che si rimbocchi le maniche e si prepari a sacrifici.
Se le ideologie possono lasciare il tempo che trovano, non è così per i principi che ne stanno alla base: dobbiamo saper scegliere quelli buoni che portano fratellanza, benessere diffuso e riconoscimento del merito, senza distinzioni di etnia, genere e credo.