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Cronache da uno sciopero: quale giusta lettura?

  • 23
    2022
    Dic
    2:57 pm
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Ogni cosa su cui ragioniamo ci mostra molteplici possibilità di lettura e sempre la nostra scelta di quale assumere fa la differenza sulla maniera con cui affrontiamo la vita, definendone la qualità.

Le immagini di apertura di questo articolo mostrano almeno due punti d’osservazione della scultura di Cattelan presente in Piazza Affari, ripresi durante la manifestazione di Milano per lo sciopero del 16/12 volto a sensibilizzare il Governo a raddrizzare una manovra economica molto squilibrata. Dal primo punto di osservazione sembra un gesto che esprime volgarità e una ribellione istintuale a ciò che ripugna e indigna: è un vaffa rivolto a un non precisato interlocutore (forse una certa Finanza indifferente, visto il contesto?). Dall’altro punto d’osservazione l’opera restituisce una lettura che personalmente preferisco, perché sembra evidente che il gesto rappresentato riporti un messaggio molto più profondo: è legato al rifiuto di ogni dittatura e alla celebrazione della Liberazione, attraverso la mutilazione della mano atteggiata a saluto fascista. Così quella che sembra di primo acchito un’espressione di dubbio gusto si trasforma in un alto messaggio di riconoscenza, di speranza e di memoria che invita all’azione di contrasto alle ingiustizie sociali.

Con questa premessa, si osserva con realismo, più che con compiacimento, quanto il nostro Sindacato riesca a leggere con estrema precisione la situazione economica e sociale e cerchi in ogni maniera di coinvolgere i lavoratori ad azioni concrete per sensibilizzare i palazzi del potere a una maggiore responsabilità verso chi paga il prezzo più alto della crisi globale. Qualcuno ha ritenuto lo sciopero appena passato un’iniziativa inopportuna, visto il momento difficile per tante famiglie. Io invece vedo responsabilità nella collocazione di quella mobilitazione: per i lavoratori quando sarebbe più opportuno se non nel mese in cui molti almeno intascano la tredicesima? Quando pur lavorando si fatica a mettere insieme pranzo e cena, forse è più utile approfittare di quell’entrata in più per finanziare una protesta, piuttosto che destinarla tutta al fine consumistico dei doni di Natale che poco sanno di vero impoverimento.

Visto che anche tutta la CGIL ha trovato tanti elementi di condivisione con il mondo cattolico – ne è dimostrazione la recente audizione col Papa dei vertici confederali – anch’io mi sbilancio e trasversalmente, sia come cristiano, che come delegato FIOM, dico che Natale è tutta un’altra cosa: è la festa che celebra una famiglia di umili lavoratori, non i fasti di una corte regale come il mondo intero vuole venderci. Non è una critica al bisogno di godere ogni tanto di qualche eccesso che fa bello il vivere, ma il richiamo a riempire quel momento di senso e consapevolezza, non di indifferenza e superficialità. Concretezza e attenzione ai bisogni dei più svantaggiati sono le parole d’ordine che travalicano i confini di credo e devozione, altrimenti si cade nel fanatismo, religioso o ideologico che sia.

È estremamente importante che noi lavoratori per primi scegliamo di credere nella lotta pacifica e che ci facciamo motore della svolta perché il nostro numero ci assegna la responsabilità della “verità”, se crediamo nella democrazia dei numeri e nella giustizia sociale che ne deriva.

Leggiamo bene i segnali che vengono dal mondo per giudicare le azioni a cui siamo invitati a prendere parte, ci aiutano a scrollarci di dosso il fatalismo e l’immobilismo: penso alle mobilitazioni in Iran la cui contropartita è il rischio di condanna a morte, non per ipotesi, ma reale come abbiamo visto. Allora di fronte al coraggio di ragazze adolescenti, ma anche di ragazzi, tanto più se sprezzanti del privilegio di essere nati maschi e fattisi partigiani per le donne, è facile sentirci piccoli nella condizione di rinunciare a esprimerci, svalutando uno strumento che loro ritengono preziosissimo come lo sciopero e la manifestazione del dissenso, costi quel che costi.