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CGIL a Congresso: tra guerra, crisi energetica e destra al potere

  • 26
    2022
    Ott
    1:06 pm
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È iniziato il XIX Congresso della CGIL, che si concluderà a Rimini nel marzo 2023. In ritardo di un paio di mesi, rispetto a quando previsto, perché la confederazione ha rinviato a dopo le elezioni. Decisione saggia: sarebbe stato inutile e dannoso parlare del nostro documento programmatico durante la campagna elettorale.

Ora che gli italiani hanno scelto chi dovrà governare il Paese, ha molto più senso proporre alle assemblee nei luoghi di lavoro le questioni sulle quali dovremo incalzare il nuovo esecutivo. E le elezioni sono state vinte dalla peggior destra, quindi diventa ancora più importante confrontarci con le lavoratrici e i lavoratori: è probabile che sarà necessario mobilitarsi al più presto per tentare di raggiungere i nostri obiettivi, visto che è in arrivo la nuova legge di bilancio.
A Milano le assemblee che stiamo facendo confermano che l’interesse sugli argomenti generali, purtroppo, è abbastanza scarso, ma questo è un trend che incontriamo da almeno un decennio. Le lavoratrici e i lavoratori sembrano poco coinvolti da quanto gli esponiamo: sebbene attenti, fanno poche domande ed è raro che si inneschi una vera e propria discussione di merito. Eppure, i temi di cui parliamo sono caldissimi: c’è la guerra e le iniziative in campo per avviare un negoziato; c’è la questione del caro bollette e del necessario intervento del governo; ci sono i salari da aumentare e la precarietà da ridurre; c’è lo stato sociale su cui si deve investire; la legge sulle pensioni da modificare. Rispetto a queste sollecitazioni non c’è una grande risposta. È un clima molto diverso rispetto a quello che incontriamo quando proponiamo all’ordine del giorno questioni strettamente legate alla situazione aziendale, all’organizzazione del lavoro, alla contrattazione.
Questo tipo di atteggiamento, che accomuna anche molti delegati sindacali, è il prodotto di un’idea non confederale di sindacato, concepito come un soggetto che deve limitare la sua azione alla rappresentanza degli interessi dei lavoratori nel loro specifico campo professionale, non tenendo conto del contesto sociale e politico. “Non vogliamo parlare di politica”, ci dicono alcuni, forse perché chi parla di politica, per loro, è qualcuno che vuole prenderli in giro, che racconta balle: non è una persona seria. Tale punto di vista, che si è allargato a una fetta consistente delle persone che rappresentiamo, è dovuto sicuramente alla crescita dell’individualismo, ma anche alla nostra incapacità di incidere in maniera importante sulle condizioni generali di chi lavora. Sono persone deluse dalla politica e dal sindacato, che per loro, spesso, sono la stessa cosa. Consapevoli di questo i nostri delegati sindacali e i nostri iscritti cercano di ritagliarsi il loro ruolo prevalentemente all’interno dell’azienda, traendone maggiore soddisfazione. Il congresso viene vissuto con disincanto, come un rito poco utile; i documenti vengono percepiti come un lungo elenco di “desiderata” che, molto probabilmente, rimarranno solo sulla carta.
Questo atteggiamento non riguarda solo i nostri iscritti e delegati: anche molti dirigenti della nostra organizzazione vivono con grande tedio questa fase. Ognuno è concentrato sulle proprie vertenze o attività legate alla categoria o camera del lavoro di appartenenza: qualsiasi cosa li distolga è vissuta negativamente. La maggioranza di loro si riconosce nel documento del segretario generale, ma quando si tratta di impegnarsi per fare in modo che quelle proposte si concretizzino, quando dobbiamo “mobilitarci”, tutto diventa più difficile. Sulla teoria siamo tutti d’accordo, è sulla messa in pratica che è difficile trovare la passione e l’impegno necessari alla riuscita delle iniziative. Così la nostra confederalità sta correndo un rischio enorme proprio nel momento in cui la dovremmo difendere con le unghie e con i denti.
Siamo tutti concentrati sul nostro ombelico, come le tante sinistre o pseudo tali che dall’esito delle elezioni non hanno tratto le conseguenze più utili e necessarie e sono già scese in piazza, ognuna con le sue rivendicazioni “particolari”: ci sono gli ambientalisti, i pacifisti, le femministe, il mondo LGBTQIA+, gli antifascisti. Ci sono i partiti, che fanno la stessa cosa. E poi ci siamo noi, i sindacalisti, con le nostre vertenze: Whirlpool, Ita, Amazon e tante ancora. Ma poi quando c’è da spendersi per il caro bollette, contro la guerra, per un mondo meno precario, la maggior parte di quelle lavoratrici e quei lavoratori non risponde. E anche molti sindacalisti latitano, soprattutto se si tratta di manifestare di sabato o semplicemente nel tardo pomeriggio.

La frammentazione del mondo del lavoro, la frammentazione degli interessi di chi lavora, si somma alla frammentazione della sinistra. Siamo come criceti che corrono dentro le loro ruote senza incontrarsi mai. E se le cose vanno male la colpa è sempre del capo. “Landini non è più quello che conoscevamo” ci dicono in molti, anche durante i congressi. Non so se Maurizio Landini sia cambiato. Quello che so è che Landini è diventato quello che è perché ha avuto dietro di lui “quella” Fiom: quei lavoratori, quei sindacalisti, anche tanta parte dei movimenti e della sinistra. Oggi chi c’è dietro il segretario generale della CGIL?
Sergio Cofferati non era né radicale né particolarmente carismatico. Eppure, vent’anni fa, il 23 marzo 2002, riuscì a portare in piazza tre milioni di persone per impedire la manomissione dell’art.18.

In quella piazza non c’erano solamente i militanti e i simpatizzanti della Cgil: c’era tutto il popolo della sinistra, finalmente unita. Con quella storica manifestazione riuscimmo a bloccare il colpo di mano del governo Berlusconi. Saremmo capaci, oggi, di costruire un’iniziativa del genere per opporci a quanto di dannoso potrebbe mettere in campo il Governo di Giorgia Meloni nei prossimi mesi?
Ho qualche dubbio che questo possa accadere, a meno che non cambi profondamente il nostro atteggiamento e si mettano da parte opportunismi, egoismi ed incertezze, cercando di essere qualcosa di meglio che il mero specchio della società odierna.
La Cgil deve tornare a essere un sindacato di trasformazione sociale: per farlo deve provare a riunificare prima di tutta sé stessa e poi quella sinistra in cerca di identità che corre a vuoto nella ruota.
“Il lavoro crea il futuro”: questo è il titolo del documento che vede come primo firmatario Maurizio Landini. È un programma per il futuro di tutta la sinistra. Ora diamogli gambe, agiamo!
Di nuovo tutti insieme, prima che sia troppo tardi.